maria, angelina e rosalia di girolamo

venerdì 30 marzo 2012

per chiudere la giornata

-Canzone per Vincenza

Ti sei ferita le mani e il cuore
Con erba e spine
Gli occhi affogati
Sul suo letto di terra.
E non perdoni la sua assenza
Di uomo, di amante, di padre.
Il tuo cuore marino
Vorrebbe che gli orologi andassero indietro
Per ritrovare le sue risate
La dolcezza dei suoi occhi
Il naufragio del tuo corpo sulla sua pelle.
La protezione del suo cuore
Addolorato e vivo.
Non lo perdoni, a volte
Di averti portata sotto un cielo nuovo
Per poi andarsene
Lasciandoti con un alfabeto povero
E troppe cose da dire.
Non perdoni la tanta vita intravista
E non vissuta.
L’hai avuto tra le tue braccia di femmina
Bagnato dalle tue risate
Che rinviavano la morte
E guarivano le tue ferite aperte.
Ora, di quell’amore
Ti è rimasto il lato agro
La parte tagliente dell’assenza
E il dovere di vivere
Di amare ancora.
E, la rabbia
Per quanto il suo sangue ti ha macchiato
E per tutto l’amore che ancora ti resta.

Io, che ti scrivo
Ringrazio che esisti
E curo la casa del mio cuore
Dove da tanto abiti.


Baldo 30marzoduemiladodici

martedì 27 marzo 2012

Sostiene Tabucchi

…quelli che, quando si sposano, vanno in vacanza alle Seychelles e quando tornano sul loro volto non c’è scritto niente…sono solo abbronzati.

…fra tutti i riti funebri che le creature di questo mondo hanno escogitato, ho sempre ammirato quella degli elefanti. Hanno una strana maniera di morire. Quando un elefante sente che è arrivata la sua ora, si allontana dal branco. Ma non va da solo. Sceglie un compagno che vada con lui. E partono.

…un uomo, non bianco, ne basta uno, avrà forse un giorno un coltello per difendere il proprio corpo e la propria dignità. E lo utilizzerà. E capiterà come a Soweto. Non è ciò che mi auguro. E’ al contrario, ciò che mi preoccupa, che mi allarma, che mi fa paura, e che mi abbatte.

…quando la voce del potere sopprime la democrazia e la libertà di informazione, siamo tutti uguali.


Estratti dal Fatto Quotidiano del 27/03/2012
Articoli di Lidia Ravera, Roberto Faenza, Furio Colombo e Silvia Truzzi

venerdì 23 marzo 2012

thomas sankara

                          
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RITRATTI. Thomas Sankara: l’uomo del Burkina Faso che voleva un’Africa liberata dagli imperialismi stranieri


di Giacomo Dolzani

Ventiquattro anni fa, ad Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, oggi uno degli stati più poveri dell’Africa Nera, veniva assassinato, all’età di trentasette anni, il presidente e statista Thomas Sankara.
Sankara non fu solo un uomo di stato del Burkina Faso, fu soprattutto un servitore dell’Africa intera, che aveva a cuore le sorti non solo del suo paese, ma dell’intero continente Africano.
Thomas Sankara nacque il ventuno dicembre 1949. Di famiglia cattolica, dopo aver frequentato il liceo, venne incoraggiato dai genitori a prendere i voti, ma a quella vita preferì la carriera militare, che lo portò in Madagascar.
Là fu testimone delle rivolte popolari degli anni settanta e cominciò a nutrire simpatie per la causa antimperialista, che lo portò a condividere in parte gli ideali rivoluzionari di Marx e di Lenin, dei quali lesse le opere.
Tornato in patria, stato che allora si chiamava ancora Alto Volta, fu impegnato dal 1972 al 1974 al fronte nella guerra contro il Mali, durante le quale si distinse per le azioni eroiche e per il suo coraggio, conflitto che anni dopo definì “inutile ed ingiusto”.
Nel 1976, mentre svolgeva le mansioni di comandante in un campo di addestramento, conobbe diversi ufficiali tra cui Blaise Compaoré, con i quali fondò un’associazione segreta che prendeva il nome di ROC, acronimo francese per “Gruppo di Ufficiali Comunisti”.
Negli anni successivi la sua brillante carriera gli consentì di avere importanti incarichi dal governo del paese, da cui spesso si dimise vedendo la corruzione che regnava nell’amministrazione dello Stato, fino al suo arresto che causò un’ondata di contestazioni finché, il 4 agosto 1983, con un
colpo di stato guidato dai suoi fedelissimi, capeggiati da Blaise Compaoré, divenne il quinto presidente dell’Alto Volta.
Questo golpe, un duro attacco alla secolare sovranità francese in quella regione, fu sostenuto economicamente dalla Libia, che era sull’orlo di un conflitto militare proprio con la Francia nei territori del Ciad.
La sua ascesa al potere fu rapida, ed altrettanto rapidamente si mise al lavoro per attuare quelle riforme che sarebbero servite per modernizzare il paese e renderlo autosufficiente.
I primi interventi furono mirati a ristabilire la sovranità dell’autorità centrale in tutte le regioni dello Stato, per questo vennero aboliti i poteri dei capi villaggio, poteri che andavano dall’esercizio di alcune forme di schiavitù fino alla possibilità di pretendere delle tasse, e sostituiti con leggi ed una fiscalità uguali in tutto il Paese. Vennero abolite la bigamia e la mutilazione genitale femminile, venne promossa l’istruzione di donne e bambini e, per la prima volta, furono affidate a delle donne alcune cariche di governo. Questo insieme di riforme gli inimicò le fasce più conservatrici della società, che erano però poca cosa rispetto alla massa che lo sosteneva.
La sua ispirazione rivoluzionaria lo spinse anche a scelte coraggiose e rischiose quali l’espropriazione dei grandi latifondi per ridistribuire le terre ai contadini, decisione che in due anni portò il Paese a produrre abbastanza grano per essere autosufficiente, furono avviate una serie di grandi opere, stradali e ferroviarie, per unire il Paese. Venne eseguito un censimento generale della popolazione e si costruirono scuole ed ospedali in ogni centro abitato, perché il parere di Sankara era che una rivoluzione si fa partendo dall’istruzione del popolo. L’obiettivo era quello di insegnare a tutti un mestiere, in modo che ognuno avesse la possibilità di vivere del proprio lavoro e contribuire ad uno sviluppo futuro dello Stato, sviluppo che consentì di vaccinare contro la malaria due milioni di persone e di sconfiggere la fame che attanagliava il Paese.
Il nome dello stato venne cambiato da Alto Volta in Burkina Faso (nome in lingua burkinabè che significa “paese degli uomini onesti”), per sancire la definitiva rottura con il passato coloniale che aveva da sempre caratterizzato l’esistenza di quella nazione.
Nel luglio del 1987 ci fu, ad Addis Abeba, la ventitreesima assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, e lì pronunciò un celebre discorso che gli procurò l’inimicizia di tutto l’Occidente.
Con il suo intervento Sankara espresse quelli che erano i suoi ideali ed i suoi obiettivi, chiese a tutti i suoi colleghi dell’Unione di consumare solo prodotti africani, di produrre beni con le risorse africane, perché il loro era un continente ricco, soprattutto di materie prime, che dovevano
appartenere solo a loro e a nessun altro. Per dare l’esempio mostrò i suo vestito, realizzato interamente in Burkina Faso, senza nessun bisogno di commerciare con l’Occidente. Invitò tutti i governi a non comprare più armi, perché un’arma comprata da un africano sarebbe servita solo per
uccidere un altro africano, rafforzando le potenze imperialiste che vorrebbero dominare il continente e la sua popolazione.
La parte principale del suo discorso, e quella che più diede fastidio all’Occidente, fu però quella dedicata al debito verso le banche e verso i Paesi più ricchi. L’incitamento che fece a tutte le nazioni africane fu di rifiutarsi di pagare i loro debiti verso gli sfruttatori, perché quelli che hanno prestato
soldi all’Africa sono anche la causa della sua stessa povertà, dovuta a secoli di colonialismo e sfruttamento. Quel debito verso le potenze imperialiste era colpa di quelle stesse nazioni e non degli africani che, come affermò, non erano quindi obbligati a pagarlo, perché se un povero non paga un
debito ad una banca quella banca non fallisce, ma se invece lo paga il povero muore di fame.
Grazie al sistema finanziario neo colonialista occidentale l’Africa era, ed è ancora, un continente assoggettato al volere di banche e multinazionali che ne sfruttano il sottosuolo e la popolazione.
L’ideale panafricano che aveva Sankara piacque a molti presenti all’assemblea, ma nessuno in seguito si operò per metterlo in atto, anche a causa del totale assoggettamento alle potenze estere della maggior parte dei presidenti dell’Unione Africana.
A tre mesi di distanza da quel discorso tenuto ad Addis Abeba, il quindici ottobre 1987, il governo di Thomas Sankara venne rovesciato con un colpo di stato franco-americano guidato dal suo ex collaboratore Blaise Compaoré, e lui fu giustiziato insieme ai suoi uomini più fedeli.
In poco tempo Compaoré, diventato capo del Governo, ripristinò lo status quo come desiderava la Francia, abolendo tutte le riforme fatte dal suo predecessore, accettando gli “aiuti” della Banca Mondiale e degli altri istituti di credito privati, che riportarono il Burkina Faso ad essere lo Stato
suddito dell’Occidente che ancora è oggi.




thomas sankara-il discorso sul debito-parte prima

thomas sankara-il discorso sul debito-parte seconda

giovedì 22 marzo 2012

zelia gattai e jorge amado

Zélia Gattai

São Paulo 1916 - Salvador 2008

                                                                                   

Scrittrice, memorialista e fotografa, Zélia Gattai ama definirsi “contadora de histórias” (raccontatrice di storie) e pubblica 11 libri di memorie, 3 favole, 1 romanzo e una fotobiografia. Nasce a São Paulo, nipote e figlia di emigranti italiani, “liberi pensatori” che hanno attraversato l’oceano alla ricerca di una vita migliore portando con sé i loro ideali. Il padre Ernesto Gattai è meccanico e appartiene a una famiglia toscana che alla fine del secolo XIX partecipa al sogno della Colonia Cecilia, un esperimento socialista e anarchico, voluto da Giovanni Rossi, nel Paraná. La madre, Angelina da Col, è operaia ed è di una famiglia veneta cattolica giunta in Brasile per lavorare nelle piantagioni di caffè, dopo l’abolizione della schiavitù, avvenuta nel 1888. Ultima di cinque figli, Zélia trascorre l'infanzia e l’adolescenza in mezzo alle prime manifestazioni operaie e anarchiche nei quartieri degli immigrati. Insieme ai genitori partecipa alle riunioni politiche nei locali delle Classi lavoratrici ove vende i giornali socialisti «La Difesa» e «La lanterna». 
Durante la dittatura di Getulio Vargas, suo padre viene gettato in carcere e torturato, con l’accusa di essere un sovversivo. Quando ne esce, la sua salute è minata a tal punto che muore di febbre tifoide nel 1940, all’età di 54 anni. «Tu sei la mia speranza» dice alla figlia. Ciò spinge Zélia a impegnarsi ancor più e a lottare per la giustizia. Nel maggio 1945 partecipa ai movimenti per i diritti sociali e collabora alla preparazione dei comizi per l’amnistia dei prigionieri politici. In questa occasione conosce lo scrittore Jorge Amado che già è molto noto e ha patito il carcere e l’esilio per l’impegno nella sinistra brasiliana. I suoi libri sono stati sequestrati e bruciati nella pubblica piazza. Zélia li ha letti tutti. Considera Jorge un uomo coraggioso e pieno di fascino. L’amore tra i due nasce con la complicità di una canzone di Dorival Caymmi, amico di Jorge e con una singolare dichiarazione di amore, alla quale assiste un illustre amico: Pablo Neruda. Inizia così la loro vita in comune e Zélia collabora con Jorge occupandosi della revisione dei testi dei romanzi. Lo sostiene anche nella campagna elettorale come deputato alla Camera federale, ove viene eletto nel 1946: rimangono memorabili le leggi da lui proposte sul diritto d’autore e la libertà di religione. La coppia trasloca a Rio de Janeiro dove l’anno successivo nasce il figlio João Jorge, ma quando il partito comunista (PCB) viene dichiarato illegale, Zélia è costretta all’esilio con la sua famiglia. Dal 1948 al 1952 vive a Parigi (frequenta il corso di Lingua e Civiltà Francese alla Sorbonne) e poi si trasferisce con Jorge in Cecoslovacchia ove nasce Paloma Amado, la seconda figlia. In questo periodo inizia l’amicizia con intellettuali e artisti come Pablo Picasso, Nicolas Guillén, Jean Paul Sartre, Anna Seghers e Simone de Beauvoir con la quale stringe un’amicizia che durerà nel tempo. Scrive Simone de Beauvoir (La forza delle cose): «Per Zélia provai una simpatia immediata. Lei doveva alla sua origine italiana una natura e una freschezza giovanili, aveva molto carattere e comunicativa, uno sguardo acuto, la lingua pronta. Trovai molto tonica la sua presenza, anzi è una delle poche donne con le quali abbia riso!». Durante l’esilio Zélia si dedica all’arte della fotografia e registra ogni momento importante della vita dello “scrittore di Bahia”. Quando torna in Brasile, insieme a Jorge abita a Rio de Janeiro e, pur non essendo iscritta al PCB, ne è militante: viene designata per la raccolta dei fondi e organizza, anche nelle favele, seminari nei quali racconta l’esperienza vissuta durante l’esilio. Rimane comunque e sempre una “libera pensatrice”. Nel 1963 insieme ai figli e a Jorge sceglie di vivere a Salvador, nel quartiere di Rio Vermelho e qui rimane fino alla morte di Jorge, avvenuta nel 2001. «Per 56 anni Jorge Amado é stato mio marito, il mio maestro, il mio amore». Questa frase Zélia Gattai ama ripeterla in tutti i discorsi ufficiali. La famosa casa, piena di ricordi e oggetti acquistati in ogni parte del mondo, sta per divenire oggi un Memoriale aperto al pubblico. In quella casa entrarono persone comuni e amici illustri del mondo intero come Frida Kahlo, Diego Rivera, Lina Wertmuller, Marcello Mastroianni, Sofia Loren. Zélia esordisce come memorialista nel 1979, all’età di 63 anni, con il libro Anarchici grazie a Dio, nel quale scrive i ricordi legati ai genitori, alla sua infanzia e adolescenza ricche di avvenimenti legate alla vita degli emigranti italiani a São Paulo agli inizi del Novecento. È un grande successo con 200.000 copie vendute in Brasile. Rete Globo ne ricava una fortunata miniserie diretta da Walter Avancini. Da questo momento in poi, utilizzando un linguaggio diretto e intriso di emozione, Zélia racconta le incredibili memorie sue, della famiglia Gattai, della famiglia Amado e di tanti amici. Fra le sue opere ricordiamo Un cappello da viaggio (1982), il libro di fotografieReportagem incompleta (1987), con traduzione in francese a cura di Pierre Verger, Giardino d’inverno (1988), Chão de meninos (1992), La casa di Rio Vermelho (1999), Città di Roma (2000), Jonas e a sereia(2000), Códigos de família (2001), Jorge Amado um baiano sensual e romântico (2002), Vacina de sapo e outras lembranças (2005), Cronaca di una innamorata (2007).
La materia prima di quasi tutta l’opera letteraria di Zélia è la sua stessa memoria che le permette di riscattare un secolo di vita delle sue radici familiari attraverso uno stile semplice e preciso. Dalle narrazioni emerge una vitalità contagiante, un canto di amore alla vita, sì, aspra e piena di ostacoli, ma fatta per essere vissuta con generosità, affrontata senza alcun senso drammatico.
«Continuo a trovare grazia nelle cose e nelle persone. Continuo ad avere curiosità della vita e mi sento immune dalle amarezze e dai rancori».
Anche per questa qualità della sua persona e della sua scrittura Zélia viene considerata oggi la più grande memorialista brasiliana ed è di fondamentale aiuto nella ricostruzione dell’emigrazione italiana a São Paulo fra Otto e Novecento. 
Sue sono le fotografie più importanti che esistono oggi di Amado: 30.000 negativi circa si trovano nella Fondazione Casa de Jorge Amado, la casa azzurra di quattro piani nel centro storico di Salvador, polo culturale amorevolmente diretto dalla poetessa Myriam Fraga che ospita il fondo Amado e il fondo Gattai. Nel 2002 Zélia entra a far parte dell’Accademia Brasileira di Letras di Rio, di Salvador e di Ilhéus. 
La sua carriera letteraria è costellata di successi e riconoscimenti internazionali (Commendatore di Arti e Lettere in Francia, il Gonfalone d’Argento della Regione Toscana; il grado di Grande Ufficiale della Stella della Solidarietà italiana, concessole dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2007 e consegnato da Michele Valensise, ambasciatore d’Italia in Brasile; la Laurea Honoris Causa presso la Universidade Federal da Bahia).
Fonti, risorse bibliografiche, siti
Zélia Gattai, Anarchici, Grazie a Dio Milano, Sperling & Kupfer 2002
Zélia Gattai, Un cappello da viaggio Milano, Sperling & Kupfer 2006
Antonella Rita Roscilli, Zélia de Euá, Rodeada de Estrelas Salvador, Casa de Palavras 2006

Antonella Rita Roscilli

Brasilianista, giornalista, scrittrice e traduttrice, si dedica alla divulgazione di attualità e cultura del Brasile e dei Paesi dell’Africa lusofona. Collabora con varie riviste italiane e internazionali tra cui «Latinoamerica e tutti i Sud del mondo» diretta da Gianni Minà, «Patria, Iararana» (Università Federale Feira de Santana), «Latitudes-Cahiers Lusophones» (Parigi). È consulente della Fundacao Casa de Jorge Amado di Salvador (Bahia) e membro dell’Instituto Geografico e Histórico da Bahia. Laureata in Letteratura Brasiliana, é Mestre em Comunicacao all’Università Federale di Bahia. È la biografa ufficiale della scrittrice Zélia Gattai ed ha pubblicato in Brasile il primo libro su di lei: Zélia de Euá Rodeada de Estrelas (Casa de Palavras, 2007). Ha curato la post-fazione dell’edizione italiana del libro di Zélia GattaiUn cappello da viaggio (Sperling & Kupfer, 2007). 


Fonte: enciclopediadelledonne.it

lunedì 19 marzo 2012

tetè alinho-dia c'tchuva bem

un giorno, poi l'altro


La donna ha le ossa bucate
Gli occhi perduti alla luce
L’anima triste
Le unghie degli anni le hanno seccato la carne

Ed era bella, sfrontata e bella
Fiorita tra olivi e carrubi
Cavalli e galline
E respiri di vento

Conobbe l’amore
E non perdonò la morte
Di averla lasciata a vivere
Sola

Rimase in piedi contromarea
Dicendo che era
Solo per gli occhi dei figli
Lei, la prima a non crederci.

Gli anni le diedero pugni e calci
Per aiutarla a sdirrupare
Le sue case
E quelle vicine.

Adesso si tiene tra le mani
Quei capelli che erano bandiere
Le labbra umide di vino
Il cuore senza domani

E mi sta dentro
Come un torrente triste
Un gioco scaduto.
Un giorno, poi l’altro

baldo,19marzoduemiladodici

Butch Cassidy e Billy the Kid

I due gringos a cui mi riferisco dedicarono gran parte della loro vita agli affari di banca che, com'è noto, si possono affrontare in due modi: o facendo il banchiere o il rapinatore.i due optarono per la seconda possibilità, perchè, in quanto gringo, avevano nelle vene un puritanesimo che li faceva restare fermamente legati a certi principi etici, gli stessi che li obbligavano a dividere in fretta con altri la ricchezza ricavata dalle rapine.la divisero con attori di Baltimora, cantanti d'opera di New York, cuochi cinesi di San Francisco, prostitute color cioccolata dei bordelli di Kingston e dell' Avana, indovine e fattucchiere di La Paz, dubbi poeti di Santa Cruz, malinconiche poetesse di Buenos Aires e vedove di marinai di Punta Arenas, e finirono col finanziare rivoluzioni anarchiche in Patagonia e nella Terra del Fuoco.i genitori avevano dato loro due nomi, Robert Leroy Parker e Harry Longabaugh, ma ne ebbero molti altri: Mister Wilson e Mister Evans. Billy e Jack. Don Pedro e Don Josè.nelle infinite pianure delle leggende entrarono però  come Butch Cassidy e Sundance Kid.


Luis Sepulveda-Patagonia Express- Feltrinelli 1995

mercoledì 14 marzo 2012

 Diceva Anna Magnani al truccatore:" non levarmi le rughe, lasciamele tutte, non me ne togliere neppure una.ci ho messo una vita a farmele".

dalila di lazzaro non si arrende mai

Dalila Di Lazzaro confida - prima di oggi neanche le persone a lei più vicine ne erano a conoscenza – di essere stata violentata due volte. Una vera vita al limite e anche oltre i limiti, la sua. La fuga da casa quand’era minorenne, perché era incinta, scacciata con odio e con le botte dai suoi genitori. Ventitre anni dopo, la perdita atroce del suo unico e adorato figlio, Christian. E poi ancora due anni (due anni!) vissuti in un letto, in uno stato di totale immobilità, in  conseguenza di un futile incidente stradale… Sono solo gli episodi più salienti di una esistenza romanzesca, segnata da illuminazioni di successo – accese da quegli occhi chiari fuori dal comune, da una prepotente, quasi selvaggia bellezza – e perseguitata dal dolore e da eventi drammatici.
           L’immediata sorpresa è che Dalila parla di sé quasi con allegria, senza autocompiangersi, con la voglia energica e coinvolgente di vivere, andare avanti.
E’ così?
           “E’ così. Credo di avere sofferto come poche persone al mondo. Ma arrendersi sarebbe stupido. Anzi, ti prego: diciamolo subito, sai che cosa  potrebbe offendermi e darmi amarezza? Proporre l’immagine di una persona sfortunata, colpita ingiustamente, sommersa dal dolore. Non è così. Io, ormai da tanto tempo, cerco di capire. Ho anche raccolto, per riuscirvi, gli appunti per scrivere un libro.” Sorride: “Non mi brucerai la mia storia in una sola intervista?”
           - Cominciamo dall’inizio. A quindici anni ti accorgi di essere incinta.
           “Mi accorgo di…? Non mi accorgo di niente, questa è la verità. Mi succede quello che succede, anche oggi, a tante ragazze. Ero una bellissima e sempliciotta ragazza friulana: vogliamo dire, come tutti mi dicevano con gli occhi che scoppiavano di voglia, bellissima? Ma sesso, zero. Non sapevo e non capivo niente. Solo i desideri naturali. La mia famiglia era rigidissima, bigotta.”
- Cosa vuol dire?
“Un esempio semplice: se sul video, in un  film, c’erano due attori che si baciavano, i miei genitori spegnevano la tivu.”
- Serbi rancore?
“ Non ho rancore verso nessuno. Mio padre, Attilio, era un uomo eccezionale, pieno di contrasti. Due guerre, un ex pugile, un peso massimo che si era battuto anche con Carnera. Ma gentile, raffinato: un cuoco formidabile, aveva una bella scrittura, un artigiano paziente, si era costruito una chitarra da solo. Da lui ho ereditato la miscela di caratteri opposti.”
- E la mamma?
           “ Rosalia: lei era l’uomo di casa. Attiva, di polso forte. Lui col grembiule, lei il capo.”
- La gravidanza, in questa condizione: un dramma?
          “ Lui aveva 17 anni:  Franco Cocetta, un bravo ragazzo. Anche lui alla prima esperienza. Ci piaceva darci dei baci, tanti baci: poi, a poco a poco, sul bagnasciuga… Io ero verginissima, anche se a cinque anni avevo avuto una  tremenda esperienza sessuale.”
           - Ne parliamo?
           “ Non so. Forse non sono pronta. I ricordi sono amari, confusi. Avevo cinque anni!”
            - Chi? Dove? Se ti va di parlarne.
            “ Lui era un parente. Successe in campagna. Una violenza ripetuta: una decina di volte. Non ricordo bene: avevo paura e non ne parlai con nessuno. Poi qualcuno in famiglia capì e quell’uomo, senza scandali, è sparito dalla mia vita. Mio padre e mia madre non hanno mai saputo nulla. Ma non voglio parlarne.”
- Va bene.
“ Voglio affrontare tutti i miei ricordi dolorosi senza emozione. Anche se
ogni tanto una lacrimuccia scende, è umano.” Sorride: “Per fortuna, Dio mi ha dato un po’ di umorismo. Sono un acquario con ascendente acquario.”
             - Che vuol dire?
             “Sono un gatto, con tante vite. Non sono stroncabile.”
             - Torniamo, allora, alla tua adolescenza.
             “ Diciamo la verità. Ero - sono - ignorante. Per quanto riguarda gli studi scolastici, dico.  Quando rimasi incinta, a scuola ero in ritardo, anche per qualche malattia, una broncopolmonite, il morbillo… Ma non solo per questo. Avevo problemi di dislessia. Una mia cugina si accorse che ero incinta, per i soliti motivi: le nausee, l’aumento di peso… A casa mi picchiavano con una stecca. Mi rifugiai in montagna, terrorizzata, da una mia amica.”
             - Nessuna comprensione dai genitori?
             “Una volta tentai di tornare a casa e mi cacciarono con secchiate di acqua gelata.”
             - Però ne parli senza astio.
             “ Oggi capisco il loro punto di vista. Di quel periodo ricordo, soprattutto, una grande solitudine.”
             - Hai pensato all’aborto?
             “ Mai. E il mio fidanzatino, Franco, decise subito che voleva sposarmi. Andammo a vivere a casa sua: lui era figlio unico, con una madre vedova. Brava gente. E il 5 aprile del 1969 nacque Christian.”
             - Come andò la convivenza?
             “ Eravamo poveri, dovevamo arrangiarci. Mi diedi da fare, come potevo. La bellezza era un salvagente.  Mi ritrovai a fare la modella di provincia, per piccole case di moda. Viaggiavo, mi divertivo anche…”
             - Una bellezza fuori dal comune in giro in paesi e città di provincia. Eri fedele a tuo marito?
             “ Sono e sarò sempre monogama. Se sono legata a un uomo, rispetto l’amore che ho per lui. Se sono libera, faccio quello che voglio.”
-         Tentazioni?
“ Tante. Insomma, i corteggiamenti erano un’ossessione… E che noia, anche! Insomma, non c’era uomo che non mi volesse… come si può dire?”
             - Dì quello che vuoi.
Ride: “ Trombà! Non c’era uomo, a quell’epoca, che non mi volesse trombare.”
- E tu?
“ Sapevo difendermi. Non ero vanitosa, svenevole. Ero il tipo maschiaccio,
rockettara. Gelavo i più sfrontati con certe battute…”
            - Un bel periodo, comunque.
            “ Fino a quando, a 17 anni, non subisco questa seconda, maledetta violenza.”
- Come andò?
“ Mi considero fortunata: sono rimasta viva. Conosco questo tizio a Torino, 50 anni più o meno, in una fiera: mi osservava in  modo maniacale. All’epoca guadagnavo 5, anche 10mila lire al giorno: lui mi propose il doppio o il triplo, seppe essere convincente. Era toscano, mi diede un appuntamento a Firenze. Mi insospettii perché, in  macchina, cominciò ad andare verso Genova. Mi portò in una casa disabitata sul litorale e mi tenne sequestrata per tre giorni. Anche di questo non vorrei parlare a lungo.”
- Come finì?
            “ Riuscii a scappare e a salvarmi. Dalla polizia seppi poi che era stato in prigione, per omicidio, era fuori in libertà vigilata.”
            - La cosa finì sui giornali?
            “ No. Anche di questa storia i miei genitori, e mio marito e mia suocera, non hanno saputo nulla. Avevo paura di essere sgridata, massacrata di botte.  Ma fu un avvenimento decisivo. Avvertii  all’improvviso il desiderio di essere libera, in casa con  mio marito mi sentivo segregata. Il matrimonio si sfasciò. Mancavano i soldi. Mia suocera, più o meno, mi mise alla porta. E tornai a casa, con il bambino in braccio, come in certi romanzi d’appendice.”
           - Con quale accoglienza?
           “ Un mezzo inferno. Mi insultavano. Per loro la mia maternità era un tradimento. Il bimbo era coccolato, io mi sentivo il loro rifiuto addosso, come una seconda pelle. Spesso mi picchiavano. Una sera, la svolta: Christian piangeva, mia mamma mi strilla “ma da’ da mangiare a tuo figlio!” e mi tira addosso un posacenere. Ricordo la sequenza: mi tampono il sangue, metto il cappotto sul grembiule, e fuggo via da casa piangendo. Decido di abbandonare tutto. Ricordo la porta che sbatte: il senso di liberazione, il dolore di lasciare mio figlio. Era un pomeriggio freddo freddissimo, giro per le strade senza un progetto.”
- Dalila, hai detto bene prima: un romanzo di appendice.
            “ E’ la mia vita.”
-         E quel giorno cosa successe?
            “ Mentre vago da una strada all’altra, sento unl clacson: era un ragazzo sciccoso, ricchissimo. Carlo. Mi dice: perchè piangi? ti porto al pronto soccorso?  Io ero diffidente: manco mi ricordo chi era, pensavo che volesse, come tutti, quella cosa lì. Mi porta a casa sua: di colpo mi ritrovo in una mansarda, tutta per me: dalla miseria e dalla disperazione, coccolata in casa di un miliardario. Resto lì venti giorni, senza mai uscire, mentre tutti pensano che io sia finita chissà dove.”
-         Un segno di fortuna.
“ Il guaio è che lui è innamorato e io no. Mi rispetta, non mi tocca: io non voglio tornare a casa, ma non posso restare con lui senza amarlo.”
             - E così…
             “ Facciamola breve. Vado a Lignano Sabbiadoro da un’amica, lavoro in una boutique, conosciamo ragazzi romani, anche famosi, che ci corteggiano: un’amica mi spinge ad andare a Roma, a raggiungerli. L’impatto è violento: loro
sono ricchi e spietati. Scopro la droga, droga pesante, e fuggo impaurita. Il mio corteggiatore mi pianta in una pensioncina.”
             - Un copione scritto, a Roma, capitale dello spettacolo.
             “ Difatti scopro il cinema. Se ricordo bene, è il ’71. Carlo Ponti è il mio Pigmalione. Prima di incontrarlo, conosco due bravi ragazzi che lavorano in pubblicità, qualche esperienza senza spessore, una sfilza di produttori che cercavano di farmi…”
-  Beh, anche con Ponti hai avuto una storia famosa.
            “Assolutamente falso, anche se tutti ne parlavano. Lui mi ha aiutato a crescere, è stato forse l’uomo più importante della mia vita, ma senza un rapporto d’amore. Un rapporto sentimentale e filiale, sì. L’unico uomo che mi ha dato qualcosa, tanto tantissimo, mentre gli altri hanno sempre preso o cercato di prendere. Un incontro che dà il via a una stagione felice.”
- In sintesi…
            “ Conosco Andy Warhol, divento sua amica, mi vuole, per un film di Ponti: una storia su Frankestein, il mio personaggio è una ragazza muta, la donna perfetta. Mi mandano a Londra per studiare l’inglese, invece esplodo: vita, cinema divertimento, avventure. Ma con un pensiero fisso.”
            - Quale?
            “ Naturalmente, Christian. Trovo una bella casa a Roma e convinco mia mamma a vivere con me e con mio figlio.”
           - E lei, tua mamma?
           “ Mai la soddisfazione di apprezzare il successo che avevo nel cinema.”
-         Quali film ricordi, con piacere?
“ “Il pigiama giallo”, “Voltati, Eugenio”, “Il gatto”. Soprattutto “Oh Serafina” di Pietro Germi, con Adriano Celentano. Un gran bel film.”
-         Successi alla grande.
“ Non riuscivo a imparare bene l’inglese, ma vivevo tra Roma, Londra,New York e Hollywood. Alla grande, sì. Viaggi, gente famosa, vedo e tocco con mano
ricchezza e lusso. Ai ricevimenti trovavo Elton John, Mick Jaegger. La ragazza bella e sempliciotta di Udine che si trova a tu per tu con Warren Beatty, Jack Nicholson, Richard Gere. Ricordo una festa nella casa di Hugh Hefner, il re di “Playboy”, in una villa incredibile, piena di piscine, caverne, laghetti, conigliette… La montanara sta a guardare, piena di buona volontà e di contraddizioni. Frequento anche l’Actor’s Studio, soprattutto per curiosità.”
-         Ma i registi non ti filano.
“ Questa è la verità. Ricordo Chabrol come un personaggio pessimo, Truffaut invece grande in  ogni senso, Warhol geniale.  Però i registi, uno per l’altro, davano importanza soprattutto al mio corpo.”
-         Molte bellissime dicono così.
“ Mi sarebbe piaciuto - cioè, mi piacerebbe anche oggi -  avere una chance. Invece, in quegli anni dorati, fine settanta, mi scopro una seconda carriera, come modella: i miei grandi amici e sostenitori sono i fotografi più illustri. Vado in copertina sui settimanali più noti.”
-         E non parli mai delle tue numerose storie d’amore.
            “ Storielline, tante. Ma l’amore, come per tutti, è raro. Io sono attratta da uomini comuni, che non fanno notizia. Mai dalle star.”
- Poi la tua vita ripiomba nel dolore: nel ’92, quando perdi tuo figlio.
“ Debbo parlare anche di questo?”
- Non devi, se non vuoi.
“ Vorrei dire solo questo, una banalità: la perdita di un figlio è la più grande sofferenza terrena. Perduto per un incidente stradale! Ma mio figlio – questo è il punto -  per me non è mai morto.”
Quegli occhi che hanno conquistato milioni di uomini si velano, di colpo.
“Christian esiste. I miei sentimenti si aggrovigliano: mio figlio era tutto. Era anche un padre, per me: mi sono sentito orfana. Christian era la sicurezza, la lucidità, la forza, era un’isola di intimità. E poi era buffo: mi capiva, mi ascoltava, sapeva ridere con me. Quante volte, tornando a casa, lo trovavo sveglio e gli confidavo le stupidissime, ridicole situazioni delle serate che avevo appena trascorso, una cena, una festa, un corteggiatore screanzato, le invidie, le gelosie… Ridevamo. Mi sentivo purificata.”
             Guarda nel vuoto.  “E’ vero però che solo nei momenti di dolore terribile scopri altri valori della vita.”
             - Per esempio?
             “L’affetto sincero, la solidarietà di persone sconosciute.”
-         Rimpianti, rimorsi?
            “ Non aver fatto abbastanza per conoscerlo meglio. Lui, Christian, era bellissimo: riservato, sensibile. Adorava la musica, suonava bene, aveva un talento innato. Ma solo dopo la sua morte ho scoperto che scriveva canzoni, che a me sembrano bellissime. Solo dopo la sua morte, dalle testimonianze dei suoi amici, ho saputo che aveva tenuto un concerto all’Eur, e non me ne aveva parlato: mi dicono che temeva di emozionarsi, se fossi stata presente. Mi manca tutto di lui. Scusami, non chiedermi altro.”
             - Torniamo alla tua vita d’ogni giorno. Prova a definirti con una sola parola.
             “ Una preda. Per tanto tempo mi sono sentita solo una preda. Negli amori qualche volta ci sono cascata: per esempio con un ragazzo diabolico, Fabrizio, che riuscì ad ottenere di me non solo un totale abbandono fisico, ma il possesso mentale.  Io ero affamata di focolare, lui era molto menefreghista. Capace di prendermi, lasciarmi e riprendermi come voleva.”
-         E nel lavoro?
            “Dopo gli anni americani, mi sono illusa che il cinema italiano mi desse spazio. Avevo fantasie, sogni di attrice vera… invece era il trionfo del genere erotico. Gloria Guida, Edvige Fenech, Laura Antonelli… Anch’io, come tante, ero solo una preda. Mi proponevano solo filmetti.”
-         Mentre…
             “ Io, poverina, sognavo di poter lavorare con la Cavani, o con Marco Ferreri, fare cose come “Il portiere di notte”: storie vere, di vita vissuta, sofferta.”
-         Nel complesso come giudichi la tua carriera?
“ Un mistero. Non ho capito, o non voglio capire, come mi vedono. Mi sono sempre sentita addosso un pregiudizio: ero  un ex symbol e basta. Forse è colpa mia: sono ribelle verso il sistema, detesto la pomposità delle istituzioni, le ipocrisie, gli atteggiamenti snob, viziati. Forse dovevo calcolare. Ma non è nella mia indole.”
- Occasioni perdute?
“ Un provino con Mario Monicelli, che adoro: senza seguito. Avrei pagato io, per lavorare con lui.”
-         Errori?
“ Ho rifiutato il James Bond di “Mai dire mai”: il ruolo è andato a Kim
Basinger. All’epoca avevo problemi di claustrofobia, dopo un incidentino – c’è stato anche questo – su un aereo privato in America. Mi salvai la vita, ma con l’angoscia addosso: sono stata in analisi per dieci anni. Oggi penso che avrei dovuto farmi forza.”         
             - Colpisce, nella tua vita, la ricorrenza di episodi drammatici.
             “ Ti ripeto: non datemi della poveretta, non lo sopporto. Mi considero la donna più forte del mondo, okay?”
             - Ok. Ne hai superate tante. Come le complicazioni per un banale intervento chirurgico…”
              “ Malasanità del 1985. Una banale appendicite, scambiata per una cisti ovarica, diventa un’odissea, tutta italiana, lunga cinque anni con cinque interventi disastrosi. Poi, a Bruxelles, trovo un grande chirurgo che mi tira fuori dai guai.”
- E non attribuisci tutti questi eventi a un destino maligno?
             “ No. Se ci sopravvalutiamo, tutto ci sembra impossibile e inaccettabile. Ma noi siamo solo granellini, che compongono un mistero. Capire forse è impossibile, ma tentare di capire, senza dare a noi stessi troppa importanza, è fondamentale.”
-         Due anni ferma in un letto… L’ultima, incredibile pagina (finora?) della tua vita.
             “ Mi sono rotta, come si dice in gergo, l’osso del collo. Nel ’97, in motocicletta: una buca nella strada, qui a Roma, un rimbalzo, una frustata. Sembrava una cosa stupida, sono rimasta immobilizzata, senza la possibilità di fare un movimento, per due anni esatti.”
             - Solo al pensiero viene la pelle d’oca, Dalila.
             “ Terribili le emozioni contrastanti. Il terrore di non vedere vie di uscita, di dover vivere sempre così. Poi la speranza, che non deve mancare mai. Poi di nuovo la delusione, dopo le verifiche mediche. E così via. E l’abitudine. Perché ci si abitua a tutto, credimi. La paura, la speranza, la paura…E l’abitudine a tutto. Ma io ho trovato un segreto, per farcela.”
-         Quale?
“ Il problema è affrontare il tempo, che non passa mai. Un giorno immobili
è pesante, una settimana ti sembra insopportabile, un mese è sfibrante, un anno è impensabile. Due anni potrebbero mandarti al manicomio.”
-         E allora?
             “ Il mio avversario era il tempo. Dovevo neutralizzarlo, batterlo. Impedirgli di piegarmi.”
             - Come?
             “ Con la mente. Fantasie, ricordi, sogni, progetti, emozioni. Con tutto questo si batte il tempo. Il corpo può diventare schiavo. La mente è libera. Non si arrende, la mente.  Mai lamentarsi. Bisogna guardare le stelle appiccicate sulla parete, come fanno i bambini.”
             - Fammi l’esempio di una stellina che si accende e non si spegne, mai.
“ Il sogno di adottare un bambino, anche da single.”
-         E’ parte della tua vita, molto nota.
“Ma forse non sono stata capita. Non è che i single vogliono adottare un bambino. Il punto è che ci sono molti bambini da adottare. E bisognerebbe rispettare la vita e le opportunità per rendere felici tanti bambini infelici. Nonostante tutto, io ho un ricordo bello e positivo, della famiglia: l’amore alla fine ha il sopravvento. E il concetto di famiglia è cambiato. Anche un single può fare famiglia, a volte meglio di una coppia.”
- Chi ti è stato vicino, durante i due anni di immobilità?
“ Del mio ambiente, nessuno. Il mio agente è sparito: una delusione forte, avevo tanta fiducia e tanta stima per lui.  Vuoto totale. Mi è stato vicino un ex fidanzato, Alessandro Minelli, e due amici, una coppia romana. Scrivi questi nomi: Santino e Teresa Carta. Si sono trasferiti a casa mia, a prendersi cura di me: sono stati decisivi.”
-         E ora, Dalila?
             “ Cerco l’amore della mia vita.”
-         Ma quanti amori veri hai avuto, in conclusione?
“”Non più di quattro.”
-         E quanti uomini? Quante relazioni?
“ Uomini, relazioni! Parole grosse. Diciamo cento? Ma solo flirtacci, curiosità.”
-         E cosa desideri, ora?
“ Un amore forte: sì, un  uomo forte, che non  si fermi mai.”
-         Come può conquistarti, un uomo?
“Con l’imprevedibilità. Le sorprese. Un uomo che abbia voglia di vivere, che mi faccia ridere. Adoro vivere, adoro ridere.”
- E il lavoro, Dalila?
            “ Sono tutta da scoprire.”
- Posso dirti una cosa?
            “ Sì.”
- Il tuo racconto è una storia, il soggetto di un film. Perché non ne fai un film?
             “ Tu dici? Non è altro che una vita, solo la mia vita.”


Cesare Lanza     (Sette, maggio 2000)

oggi sto come questa canzone

martedì 13 marzo 2012

osvaldo e il suo gatto

La vera salvezza sta nel coraggio intellettuale
nella follia creatrice,nell'utopia,che mantiene viva
la speranza di essere, un giorno, migliori.

Osvaldo Soriano – Il rigore più lungo del mondo


Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel
1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica
pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i
biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi
lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una
squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di
domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia
delle dune e il polline delle fattorie.
I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando
avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano
vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli
bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio araucano. Alla coppa
partecipavano sedici squadre e l’Estrella Polar finiva sempre dopo il
decimo posto. Credo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e
tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella
borsa perché era l’unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a
vincere per uno a zero con l’Escudo Cileno, un’altra squadra
miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto
quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici
paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.
Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far
rimanere il Deportivo Belgrano, l’eterno campione, la squadra di
Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un
punto di distacco. Si parlava dell’Estrella Polar a scuola,
sull’autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine
dell’autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei
nostri.
I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come
somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come
maiali quando non avevano la palla. L’allenatore, uno vestito di nero,
con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le
labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di
vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi,
che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a
spiegarci come potessero vincere se giocavano così male.
Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che
dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la
gente li applaudiva per l’uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino
rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel
postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché
mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia.
Erano diventati l’attrazione del paese e a loro tutto era consentito.
I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e
cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di
qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze
accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese,
nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con
l’Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell’euforia furono
sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell’andata
persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con
sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata
ristabilita.
Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro
litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con
un solo punto in meno rispetto al campione.
L’ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era
tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese
intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa,
replicasse almeno i sette goal dell’andata. Il giorno era fresco e
assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L’Estrella
Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d’assalto la
tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare
calmi.
L’arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che
vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti
capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del
secondo tempo si era ancora sull’uno a uno e non aveva fischiato la
massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a
tuffo nell’area dell’Estrella Polar e facevano capriole e salti
mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era
campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non
concedeva il rigore perché non c’era fallo.
Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la
mezz’ala sinistra dell’Estrella Polar infilò una punizione da molto
lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che
Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando
Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò.
Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il
punto del rigore. All’epoca, il luogo dell’esecuzione non era indicato
con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo.
Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché
l’ala destra dell’Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con
un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci
fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il
Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede
ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo
stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno
per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto.
Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì
seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire
dall’esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra
Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto
luogo la domenica dopo, sullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così
quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il
contrario, il più lungo della storia.
Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare.
Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo,
tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori
contro el Gato Dìaz e l’allenatore con il vestito nero e il neo sulla
fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di
mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro
rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e
scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila,
sparò un tiro con la punta dell’anfibio militare che quasi sradica la
rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si
misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare,
gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato
s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: – Constante li tira a
destra.
- Sempre, -disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano
seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per
andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, – disse il presidente della squadra nel
vederlo uscire pensieroso, camminando piano.
Martedì non andò all’allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando
lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo
seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? – gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? – domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle
checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, -
disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.
Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il
sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto
un’anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è
il tuo fidanzato.
- Poveretto, – disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò,
quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l’autobus delle dieci e
mezza.
La sera andarono al cinema insieme. Nell’intervallo, el Gato uscì
nell’atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra,
con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza
alzare lo sguardo.
Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e
andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava
il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che
forse gliel’avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al
ballo.
- E io come faccio a saperlo? – disse lui.
- A sapere cosa?
- Se mi devo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui
avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse
lei.
- E se non lo paro? – domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e
tornarono in paese.
La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di
gente, ma la polizia li bloccò all’ingresso del paese e dovettero
fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi
e in quel posto non c’erano né televisori né stazioni radio né qualche
altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli
dell’Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio
e la strada.
Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di
Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro
ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe
riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni
particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi
dell’Estrella Polar.
Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come
se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa
nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a
centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il
pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato
il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano
ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a
spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore.
Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un
fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era
pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una
pentola di alluminio.
Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il
campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di
calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su
quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.
Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano
quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non
perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano
sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse
lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle
contrazioni del fiatone.
Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti
delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo
abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la
palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che
la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel
rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della
sua vita, sveglio o addormentato.
Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada
tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con
tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto
martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della
porta sentì gli occhi rovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle
schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla
destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della
porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz
sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della
sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto
accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare
in area.
El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete
metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra,
si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta
l’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il
guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal
muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non
vale!”
La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo
svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono
damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale”
continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia
attonita.
Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto
dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle
sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e
disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente
e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un
arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano
pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano
e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e
una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.
Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché
propose a Padìn di tirare e solo dopo andò verso la palla mentre il
guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano
strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i
giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo
circondati dalla polizia.
Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa
direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più.
Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi
saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il
vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse
estratto la pallina vincente alla lotteria.
Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un
giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di
distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con
le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della
rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui.
Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di
sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto
rigido e portava il peso della gloria.
Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando
come un cane bastonato.
Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a
raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.